Versione italiana / English version

Adriano Spatola 
Poeta, performer, editore (Geiger, TamTam), critico d'arte

Nota critica sul libro di poesie di Claudio Francia Quanto basta e altro, 1985

"Quanto basta e altro" sembra il motto di uno stemma araldico pensato con allusioni a una violenza perduta e a un problematico futuro. Claudio Francia in questo libro non vuole però accontentarsi di malinconie rabbie disillusioni legate a uno spazio ideologico e storico ormai lontano, vuole anzi riconsiderare tale spazio nel linguaggio che l'ha reso pensabile e comunicabile. 
Abbiamo così una prima lettura, che è quella dell'approccio dissacrante a una serie di luoghi comuni, o se vogliamo di "parole d'ordine", oggi trasformate in una nebulosa assai  poco interpretabile e utilizzabile  ai fini di una scrittura attuale, presente nella realtà dei rapporti interpersonali. 
Una seconda lettura, forse più drammatica, è basata sull’impossibilità quasi "fisica" di rinunciare all'elaborazione di messaggi ad alto contenuto etico, con tinte spesso distruttive o autodistruttive; da ciò un tono epigrammatico spezzato e convulso, con punte dilaceranti dove la tensione linguistica si fa emotiva, ponendo il lettore davanti ai sintomi di una crisi che coinvolge, insieme alla scrittura, anche i dati più semplici ad essa pertinenti: lapsus volontari, ripetizioni ossessive, dispersione del discorso ne rappresentano le spie lampeggianti. 
La terza lettura porta con se come un'ondata liberatrice, una massa di rottami costituiti da ricordi e passioni, su uno sfondo tendenzialmente asettico in cui il linguaggio possa finalmente disporre le sue trappole e i suoi giochi: materia instabile capace di veloci e insospettate trasformazioni in un tempo annullato dalla compresenza di elementi uguali e contrari, saldati tra loro dalla legge misteriosa che sembra suggerire un richiamo a nuove verità. 
Su questo sfondo si solidificano anche nuclei di silenzio e di rinuncia alla parola risolutiva così cara alle illusioni dogmatiche, al sogno di una redenzione. Sulla pagina Claudio Francia accetta e anzi volentieri provoca le trappole e i giochi del linguaggio di cui s'è detto, fino alla versione grottesca della mistificazione carismatica, spesso riducendo il lessico a una povertà quasi assoluta, che pare adatta soltanto a comporre il ritratto di una poesia che si sente "costretta" a parlare. Su questo piano funzionano esattamente i riferimenti alla vita quotidiana, una vita ispessita dal gusto della contemplazione anche morbosa. O gli accenni casuali a una felicità remota coincidente (non a caso) con la felicità della comunicazione, con la sensibilità esasperata della comunicazione. La storia personale diventa così, a volte in maniera cinica e paradossale, lo specchio linguistico di un'esistenza frammentata in particelle soggettive ed oggettive mescolate alla rinfusa, dove il recupero dell'identità è affidato (in mancanza di meglio) a mezzi tecnici elementari e scolastici come, ad esempio, la rima improvvisata, senza mai retorica, però, anzi, con forzature dissacranti. Ho detto "in mancanza di meglio" intendendo che non ci sono più a disposizione della poesia strumenti capaci di salvare insieme l'identità del poeta e il "valore" del lavoro relativo alla scrittura: valore che dovrebbe essere "d'una precisione euclidea", per "giungere ad una conclusione / che non dia adito a dubbi di sorta".
Ma qui le due citazioni sono rovesciate, e quindi viene vanificato il percorso verso la certezza proprio da una "costrizione mnemonica" che ha "spossato all 'estremo" l'autore. Si tratta di indicazioni chiare, tuttavia non sarebbe corretto limitare ad esse la poesia di Claudio Francia, capace di alternare descrizioni e allucinazioni, moralità da osteria ( a ognuno comprensibili come tragiche) e chiuse magiche opzioni pseudo-metafisiche leggibili soltanto (e da pochi) secondo questi due versi: "Una voce, all' altro capo del filo - mi pareva familiare / annunciava che il tempo non sarebbe affatto cambiato".
 

English version
Adriano Spatola 
Poet, performer, publisher (Geiger, TamTam), literary critic

Critical note on Claudio Francia’s poetry collection Quanto basta e altro, 1985

"Quanto basta e altro" ["As Much as Necessary and More"] sounds like the motto of a heraldic coat of arms conceived with allusions to a lost violence and to a problematic future. In this book, however, Claudio Francia does not wish to content himself with melancholies, angers, and disillusionments tied to an ideological and historical space that is now distant; rather, he wants to reconsider that space through the language that made it thinkable and communicable.
We thus have a first reading, which is that of a desacralizing approach to a series of commonplaces, or, if we prefer, “slogans,” now transformed into a nebula that is hardly interpretable or usable for the purposes of a contemporary writing present in the reality of interpersonal relationships. A second reading, perhaps more dramatic, is based on the almost “physical” impossibility of renouncing the elaboration of messages with a high ethical content, often with destructive or self-destructive overtones. From this comes a broken and convulsive epigrammatic tone, with lacerating peaks where linguistic tension becomes emotional, placing the reader before the symptoms of a crisis that involves, together with writing itself, even the simplest data pertaining to it: voluntary slips, obsessive repetitions, and the dispersion of discourse represent its flashing warning signs.
The third reading brings with it, like a liberating wave, a mass of debris made up of memories and passions, against a background that is tendentially aseptic, in which language can finally set out its traps and its games: unstable matter capable of rapid and unsuspected transformations in a time annulled by the coexistence of equal and opposite elements, fused together by a mysterious law that seems to suggest a call toward new truths. On this background there also solidify nuclei of silence and renunciation of the decisive word so dear to dogmatic illusions, to the dream of redemption.
On the page, Claudio Francia accepts—and indeed willingly provokes—the traps and games of language mentioned above, up to the grotesque version of charismatic mystification, often reducing the lexicon to an almost absolute poverty, which seems suitable only for composing the portrait of a poetry that feels “forced” to speak. On this level, references to everyday life function perfectly - a life thickened by a taste for contemplation, even morbid contemplation. Or the casual hints at a remote happiness coinciding (not by chance) with the happiness of communication, with the exasperated sensitivity of communication.
Personal history thus becomes, at times in a cynical and paradoxical way, the linguistic mirror of an existence fragmented into subjective and objective particles mixed indiscriminately together, where the recovery of identity is entrusted (for lack of anything better) to elementary and scholastic technical means such as, for example, improvised rhyme—never rhetorical, however, but rather with desacralizing distortions. I said “for lack of anything better” meaning that poetry no longer has at its disposal instruments capable of saving both the identity of the poet and the “value” of the work related to writing: a value that should be “of a Euclidean precision,” in order “to reach a conclusion / that leaves no room for any doubt whatsoever.”
But here the two quotations are reversed, and thus the path toward certainty is nullified precisely by a “mnemonic constraint” that has “exhausted the author to the extreme.” These are clear indications; however, it would not be correct to limit Claudio Francia’s poetry to them. It is capable of alternating descriptions and hallucinations, tavern moralities (understandable to everyone as tragic), and magical closures, pseudo-metaphysical options readable only (and by few) according to these two lines:
“A voice, at the other end of the line - it seemed familiar to me - announced that the weather* would not change at all.” 

* in Italian "tempo" means both "weather" and "time" in English

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