Claudio FRANCIA Poète, artiste, vidéaste
Claudio FRANCIA Poète, artiste, vidéaste
Claudio Francia lo conosco da diversi anni; mi accorgo ora che ogni tanto fa come i serpenti: cambia pelle. Infatti, dopo avere visto le sue opere di qualche anno fa, tutte molto precise... da provetto artigiano di colla e forbici, me lo ritrovo ora con queste sue ultime opere assai mutato. Si direbbe che abbia scoperto l'oggetto.
Quando nei primi anni '60 cominciai a fare il mio lavoro di poeta visivo, un critico allora molto in voga, Filiberto Menna, scrisse che quel decennio era connotato da due esperienze artistiche dominanti: la pop-art e l'altro vasto settore che comprendva l'optical-art e la conceptual-art. Come dire da due modalità espressive, l'una ostensiva, l’altra struttural-riflessiva. Molto scherzosamente a quel tempo avevo diviso gli intellettuali e i creativi in due categorie: quelli bravi e quelli intelligenti. I primi tutti affannati nella grande fatica di Sisifo di perfezionare forme e modelli (ed anche magistrali lezioni); i secondi impegnati a modificare, sia pure attraverso l'arte, la coscienza degli uomini e la cultura. Ma torniamo a Menna: secondo lui la poesia visiva era più vicina alla pop. Il discorso lo accettai ma con molte riserve, giusto per comodità di schieramento (ovviamente tra le operazioni "intelligenti"). Ci fu poi una mostra curata da Achille Bonito-Oliva che si incaricò di chiarire, appunto, quelle differenze. E cioè, l’assoluta estraneità dell' America a qualsiasi carattere anche vagamente ideologico rispetto alla coeva arte europea (il titolo della grande mostra era appunto: "Europa-America"... ). Era accaduto anche nel 1964 quando la pop-art sbarcò alla Biennale di Venezia e la critica d’arte iraliana si dette un gran daffare per connotarla di valori sociologici, che gli americani smentirono sonoramente. I più cauti parlarono, semmai, di un'inversione apologetica e cinica della civiltà dei consumi...
La poesia visiva, invece, aveva anche una tensione ideologica, o comunque critica sia nei confronti della civiltà dei consumi, sia nei confronti di tutti i linguaggi della cultura e non solo artistici. Claudio Francia mi pare, pertanto, che non cerchi un·equidistanza tra una pratica verbo-visiva ( che assume i materiali logo-iconici dai mass-media grondanti di tutta la loro parenetica): non cerca i "predicati" di questa civiltà. Francia, in maniera, appunto, ostensiva li mette in scena con opportune e maligne didascalie. E dovrei accostarlo quindi all'esperienza pop se non gli facesse difetto il cinismo. Infatti, i suoi oggetti, le cose che Claudio espone sono, per cosi dire, "esorcizzati" da quel carattere purificatore dell’ironia che è come una presa di posizione, che dirige uno sguardo graduato dal sorridente al beffardo, dal divertito al sarcastico...
Ma evidentemente il suo modo di selezionare e disporre le cose, di fissarle sulle tavole, insomma le sue tecniche compositive sono rimaste eccellenti.
In questa serie di lavori Claudio, secondo un andamento che era certamente caro a Duchamp (ma non a Schwitters), ricorre agli stereotipi della comunicazione e della rappresentazione: la Gioconda ed anche il suo artefice, Leonardo; certi modi di dire gergali; i maccheroni che per gli italiani suonano quasi antonomastici e la cosiddetta "poesia maccheronica" che indica espressioni grossolane, burlesche ( come le parodie del latino, ecc.) ; o argutamente, ma anche ovviamente gnomiche, come "ln hoc signo vinces" scritta a mo' di croce sui dollari, ecc.
Claudio da vent'anni vive a Parigi. Da buon romagnolo ha piegato la lingua francese a ruminargli in bocca tal che faccio fatica a capirlo, anche quando parla in italiano. Comunque quella grazia che io avverto nell'idioma transalpino Claudio l'ha trasferita nel lavoro: c'è sempre una levità, una leggerezza nelle sue opere e un sorriso transitivo. Il senso è esplicito, come del resto si richiede alla satira. La sorpresa, tuttavia, più stupefacente me l'ha data il suo film che riesce, appunto, a farci parlare ed agire con un ingombro di bassa grammatura, fatto pregevole in documentari del genere. Sembra che il montaggio sia fatto da mano esperta e lieve. Io devo stavolta essergli grato perché il film consente di far conoscere il lavoro dei poeti visivi e dei performers, tra i quali a pieno titolo si situa anche la sua produzione.
I've known Claudio Francia for several years. But only now I notice that sometimes, like a snake, he changes his skin. Some years ago, his work was very precise, like that of an excellent craftsman working with glue and scissors. His latest work has undergone a transformation. He has discovered the object.
When I started my work as a visual poet at the beginning of the Sixties, a critic who was in vogue at that time, Filiberto Menna wrote that the decade was characterized by two dominant artistic movements: one was pop-art; the other, the vast domain that we call op-art and conceptual art. In other words two expressive modes, one ostentatious, the other structural-reflexive. At that time, as a joke, I divided the intellectuals and artists in two categories: those who were ‘virtuosi’ and those who are ‘intelligenti’. The first ones were toiling like Sisyphus to perfect forms and models (as well as giving lectures); the second ones focused on modifying the conscience of men and culture using art as a vehicle. According to Menna, visual poetry was closer to pop-art. I accepted this theory, but with great reservation, for the sake of clarity (us both being ‘intelligenti’. Later on, there was an exhibition curated by Achille Bonito-Oliva that aimed at clarifying the differences: that is to say, the absolute alienation of America from the vaguely ideological character of contemporary European art (the title of the exhibition was called ‘Europa-America’). The same thing happened in 1964 when pop-art disembarked at the Venice Biennial and the Italian art critics made a big to-do about it, finding sociological values in it, which the Americans loudly disclaimed. The most cautious of the Italian critics spoke only about an apologetic and cynical inversion of the consumer society…
Visual poetry on the contrary generated and still generates an ideological or at least a critical tension with regard to the consumer society as well as to all cultural expressions, not only artistic ones.
In my view, Claudio Francia doesn't look for a balance in verbo-visual practice (that uses the ‘logo-icon’ materials of mass-media loaded with exhortations); he doesn't look for the ‘attributes’ of this society. Francia puts them on stage with pertinent and cheeky captions. If he were cynical, I would categorize him as a pop-artist. In fact, in his work, the things that Claudio exposes are, one might say, ‘exorcised’ by the purifying nature of irony that is like taking a stand, that states a point of view in tones ranging from smiles to mockery, from fun to sarcasm…
His composing technique is excellent, as is evident in his way of selecting and placing objects, of fixing them to the panels…
In this series of Claudio's work, using a process certainly dear to Duchamp (but not to Schwitters), he uses stereotypes of communication and visual representation: for example the Mona Lisa and its creator, da Vinci; jargon such as ‘maccaroni’ used synonymously for ‘Italian’ but which in the expression ‘poesia maccheronica’ implies a vulgar, burlesque language, originally associated with a parody of Latin; or by the biting wit of the work ‘In hoc signo vinces’ (‘In this sign we conquer’), a crucifix made up of dollar bills.
Claudio has lived in Paris for the last twenty years. A native of Emilia Romagna, he has bent and masticated the French language in such a way that, even when he speaks Italian, I now have difficulty understanding him. At any rate, the grace he has brought to this transalpine idiom, Claudia transfers to his work; there is always a levity, a lightness in his art, a fleeting smile. The meaning is explicit, as is needed for satire.
Yet the greatest surprise is his film, in which he succeeds in getting us to speak volumes simply, in a few words, a laudable achievement in this type of documentary. It is edited with the same impression of lightness as his other work and with an expert touch. I am very grateful for this work, as the film makes known the work of visual poets and performance artists, among whom Claudio certainly is included.
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