Versione italiana

Giorgio Di Genova  
Storico dell'arte, conservatore e critico d'arte

Scambio epistolare con Claudio Francia, 2021-2023

21 marzo 2021

Caro Claudio,

ti invio il mio ultimo Saper veder, rubrica che da tempo tengo su
www.gliscompaginati.it , gruppo di lettura genovese a cui partecipano architetti, notai, magistrati, artisti e intellettuali. Stavolta è toccato a te, ma se vuoi vedere i precedenti, devi cliccare sul link che ti ho segnato. Spero non ti dispiaccia la mia inìziativa: la scritta sottostante accompagna l’immagine allegata.

Cordiali saluti

Giorgio

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23 marzo 2021

Caro Giorgio,

tutt’altro che dispiacermi, la tua iniziativa mi onora. Ben presentata e accompagnata da un bel testo. Ne ho approfittato per vedere le altre opere e leggere gli altri testi, tutti interessanti. Mi è piaciuta in particolare la tua "conversione/rivelazione sulla via di Damasco" di quel 26 di settembre del 1986, e quella rivoluzione/sconvolgimento interiore provocati dalla Muta, leggermente sbiadita, di Raffaello, che oggi si potrebbe definire uno sfumato cinematografico. Solo un Giorgio Di Genova poteva rinunciare a un buon pranzo in un buon ristorante (sperando fosse il caso) in quel di Urbino! C'era poi, all'epoca, non so se esista ancora, un ristorante di nome La Muta sulla via Feltresca, a pochi chilometri dalla città, sulla strada che mena a San Marino, che di certo avrete mancato…

Certe volte, laddove, in situazioni particolari, il senso, la "dichiarazione", che un'opera d'arte può dar di sé, tendesse ad estinguersi, a morire di una sua cara, e fors’anche benvenuta, morte naturale, hop, arriva impromptu e à point nommé, un testo pronto a riverberarvi uno sguardo nuovo, un’immersione inattesa nelle interiora e nelle trippe variegate e a tratti biliose della sua anima. 

Questo risoffia vigore e nuovo ossigeno all'opera che pareva caduta in uno sconsolato oblio, rialimentandola di rinnovati e inattesi significati. Un'interpretazione nuova la rimette in carreggiata e la fa sentire idonea ad affrontare serenamente altri decenni di vita e altri sguardi, siano essi cortesi, di stima, pregiudizievoli oppure inadeguati. Purché questi sensi, e queste interpretazioni non siano, come diceva Aristotele (parlando però, egli, dell’accezione, del meaning, delle parole) in numero superiore a sei o sette, altrimenti il tutto diventa una semplice e confusionaria babele di significati e di perdita di senso.

Facile, si dirà, anche perché oggi l'arte è tutto e il contrario di tutto. Certo, si risponderà risolutamente a conferma di ciò. Come diceva Giuseppe Chiari: “L’arte è morta, smettiamo tutti insieme.” Certi artisti ci provano tutti i giorni e mai che gli venga fatto concretamente di riuscirvi, staccando una volta per tutte la spina. O, come diceva un giornalista francese all’inizio degli anni ’80, quando con François Mitterrand vennero nominati diversi ministri comunisti, e la questione si pose di eliminare la prima classe dai treni del métro parigino. Sembrò subito chiaro che non si dovesse fare perché allora tout bonnement la lotta di classe non avrebbe più avuto ragione di essere. E a costui di concludere: “Quando mai si sono visti i comunisti rinunciare alla lotta di classe!” 

Un tempo l’artista faceva ma non descriveva, oggi non è più obbligato a fare, ma a giustificare, a descrivere, sì. E la differenza tra l’artista e il critico si è assottigliata, fin quasi a confondersi. Fermo però restando che il critico, bontà sua, riesce spesso a tirer son épingle du jeu, tipo, quando è stanco e gli viene l’emicrania, cosa comprensibile, di portare lunghe e reiterate osservazioni sull’arte contemporanea - oramai, per certi aspetti, sempre più uguale a sé stessa, negli intenti come negli esiti - può sempre permettersi di fare incursioni in un “prefigurativismo” di comodo, in un preraffaellismo cronologico e non del movimento britannico, o in un “precolombianismo” di svago, mentre l’artista, per non compromettersi, è legato mani e piedi alla sua contemporaneità, al limite a qualche cosa che ha a che fare con il prefisso post-, raramente a qualche benedetto pre-, eccezion fatta della parola “pre-cursore”. È la sua condanna, ma potrebbe anche essere una sua rinnovata, benché non chiara e scombinata, ricerca di novità.

Quindi, viva gli sguardi deferenti e quelli irriverenti, viva il ravvisare compiacente e pure quello assassino! E ancora, viva la morte dell’arte, viva la sua gloria imperitura, viva l’arte contemporanea e tutti quelli che l’alimentano e vi gravitano intorno, siano essi mercanti, collezionisti, commissari, critici, artisti! E viva anche le gambe della Charlotte, che son così belle stanot, così belle stanot! belle stanot! belle stanot!...

Grazie ancora. Un abbraccio a te e a Patrizia,

Claudio

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26 marzo 2023

Caro Claudio,

mi fa piacere che tu abbia trovato bello il mio testo sul tuo quadro e interessanti tutti i precedenti. Questa rubrica l’ho escogitata per stimolare il gruppo genovese di lettura, creato da una cugina di Patrizia, a meditare sull’arte contemporanea e nel contempo abbattere certe credenze sull’arte, a cominciare dalla sua identificazione col “bello”, concetto oggi anacronistico.

Altra cosa che ho inteso spiegare, oltre che l’arte è linguaggio, che essa è divenuta onnivora, dopo il Manifesto Tecnico della Scultura futurista di Boccioni.

Visto che nel tuo testo insisti sulla morte dell’arte, credo che il prossimo Saper vedere lo dedicherò proprio a smentire questo concetto falso, come quello che non è più possibile fare cose nuove, perché tutto è stato fatto (lo diceva pure il buon Ingres nell’Ottocento, venendo abbondantemente smentito dai fatti). Certe idee si diffusero dopo la nascita della fotografia, che fece pensare appunto che la pittura fosse ormai diventata inutile.

Io sono convinto che l’arte non morirà mai, almeno finché vivrà l’uomo. Essa muterà, prenderà strade diverse, anche impensabili, come la storia ha dimostrato e sta dimostrando. Infatti la creatività dell’uomo non può morire. Tutto cambierà, come è stato dall’antichità al Medio Evo, dall’era moderna alla contemporanea. Siamo nel Dantedì, ebbene all’epoca di Dante ancora la poesia era connessa alla musica, e non solo, tanto che ancora memoria ne resta nelle denominazioni (sonetto, canzoni, ballata). La poesia s’è liberata dalla metrica prestabilita ed anche dalle rime. E ci sono ancora i poeti e la poesia vive ancora. La pittura è divenuta pittoscultura e s’è arricchita di azioni, ha conquistato gli spazio calpestabili, ha addirittura fatto diventare l’artista opera d’arte. Ma l’arte è viva e ci circonda. Tu lo sai benissimo. Quindi non parliamo più di morte dell’arte. La cosa che si deve fare è far comprendere che l’arte contemporanea è tutt’altra cosa di quella del Trecento, Quattrocento,  ecc., che si insegnava e si insegna a scuola. I linguaggi sono cambiati ed addirittura proliferati, determinando quella frantumazione espressiva che oggi è diffusa, a causa del fatto che, avendo l’artista perduto la sua organicità alla società odierna, è diventato il committente di se stesso, determinando quella babele, in cui è difficile orientarsi in una società che estromette la maggior parte delle persone dalla cultura del loro tempo. Da anni io vado proponendo una rivoluzione dei programmi scolastici, sostenendo che bisognerebbe cominciare con lo studiare la produzione d’oggi e andare via via a ritroso (dicevo all’epoca agli ispettori dell’istruzione pubblica e artistica, e l’ho perorato anche nella mia storia dell’arte, che bisognava cominciare con il ‘900, per cui il primo libro di testo di letteratura, filosofia, storia e arte, doveva appunto essere sul ‘900 e -oggi  2000-, tanto più che le epoche precedenti noi le vediamo e concepiamo da persone dell’oggi). Solo così si farà recuperare ai giovani d’oggi la cultura del tempo in cui vivono.

Più volte nelle mie conferenze ho sostenuto che l’arte contemporanea è come il cinese, che per capirlo bisogna studiarlo. Ecco, bisogna studiare il contemporaneo per divenire cittadini a tutto tondo del mondo in cui viviamo. Comunque quel 26 settembre 1986 poi raggiunsi i miei amici al ristorante, che non ricordo come si chiamasse, per cui non rinunciai al pranzo, durante la pausa del convegno.

Scusami se ti ho tediato con questa mia lunga disquisizione, ma volevo chiarire qual è la mia convinzione sull’arte.

A presto e cari saluti anche da Patrizia

Giorgio

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30 aprile 2021

Caro Giorgio,

nell’ultima tua concludevi con: “scusami se ti ho tediato con questa lunga disquisizione, ma volevo chiarire qual’è la mia convinzione sull’arte.” Ma non era affatto il caso. Ora, forse io ti tedierò con una mia risposta che andata un “po’” per le lunghe. Forse   è il momento particolare, la situazione, la pandemia che, stravolgendo le cose, fa strafare e “stradire”... Ma tant’è. 

Un abbraccio a te e Patrizia,

Claudio

[In allegato:]

Della morte dell’arte e della certezza della sua sopravvivenza

L’altro dì, salendo le scale sotto uno dei primi soli primaverili che riuscirono a risollevarmi brevemente da quello stato di indolenza che questa situazione assurda [pandemia e lockdown] m’aveva sprofondato, mi ero messo nell’idea di risponderti per dirti che mai e poi mai mi sarei permesso di assassinare l’arte, anche se in certe situazioni se lo meriterebbe. Chi sono io per attentare a quella straordinaria cosa che appartiene a tutti gli esseri umani, senzienti e consenzienti, che andando in qua e in là a zonzo riempiono di scalpiccìo questo nostro orbe terracqueo, consapevoli o inconsapevoli che siano, sabotandolo ogni giorno di più. È tuttavia normale che sia così, non si può fare la frittata senza rompere le uova. Ma poi venne fuori una settimana di clima quasi estivo che mi cacciò fuori di casa e mi fece venir l’idea e soprattutto la voglia di noleggiare una piattaforma e mettermi a potare gli alberi che si trovano di fronte a casa. Ho potato di brutto, anche per sentirmi vivo, tirandolo giù dai suoi quindici metri abbondanti e ridotto a soli tre e mezzo, un ippocastano che faceva più danni che ombra, con la chioma che copriva mezza casa, oltre alle sue castagne matte, inutili e incommestibili. Poi fu la volta di un cipresso che aveva la cima rotta dal grande nevone del febbraio 2012; in seguito mi accinsi ad attaccare due abeti che non finivano più di salire su verso l’etereo azzurro cielo. Quindi, con gran dolore, dovetti abbattere un ciliegio morto più di due anni fa stroncato nel pieno del vigore da un’epidemia brutale e subitanea che gli aveva addirittura seccato addosso i frutti che stavan maturando, che ad ogni mese di giugno quando mi fossi trovato in Italia, non potevo non andare a degustare, talmente erano deliziosi.

Poi vennero lunghe camminate, approfittando di quel bel tempo lieto e duraturo, lungo le colline del Montefeltro tra un Adriatico poco mosso e un Monte Nerone innevato e, visto che da qualche mese avevo, per causa pandemia e sopraffatto dalla noia e dall’immobilità forzata, messo mano al mio quinto romanzo, cercai di smussarne gli aspri contorni dettatimi più da questo fuorviante spregevole indomito covid che da un ragionar pacato e un riflettere saggio, e un inseguir la penna che corre nervosa e selvaggia più di me, come forse non dovrebbe o non si vorrebbe. 

Poi la Pasqua ha portato la neve e aprile s’è rifatto crudele congelando i prosperi fiori di pesco e quelli di ciliegio, e alle viti, bruciando i nascenti embrioni non ancora svezzati, quei teneri e succosi grappoli germinali che l’autunno venuto inebriano le menti che agli umani quest'ivresse abbisogna, come il latte al neonato poppante, portando il vignaiolo a levare danze insultanti e macabre ad un cinico imperturbabile creatore. E noi camminammo sopra la coltre bianca che cedeva sotto i nostri passi felici perché cittadini mezzo incoscienti e forse poco rispettosi dei danni che la bianca coltre cagionava ad altri cui vanificava l’operato. Così venne un dieci, a cui seguirono un quindici centimetri, e forse di più in vicine contrade, di neve spinta e traghettata dalla buriana del nord, e le notti trovò qualche meno cinque e qualche meno sei gradi al suolo che bastò a stemprare e congelò nell’uovo la linfa pulsante e fu tutto un fracasso e uno scorato avvilimento. Chi poteva metteva mano all’umana astuzia e correva ad accendere bracieri di fuoco atti a mantenere lungo i filari un simulacro di tiepida primavera prima che questa potesse riprendere il sopravvento. E per loro era un lavoro duro che costerà più di una stagione, che li fece piangere e maledire la perdita netta. E quell’alta spolverata di neve primaverile, ma fredda come gennaio, rigenerò gran paura, quella, come nei tempi più bui, di mancare del proprio sostentamento. Solo i tuberi sepolti rimasero al caldo e stettero pronti a servir da pasto ai laboriosi cinghiali che ad ogni chiaro di luna vanno insonni riarando i campi come se il possidente non l’avesse ancora fatto. 

Ma questo strampalato covid rende tutto illusorio e a tratti più ingannevole. Solo la certezza dell’oggi rimane; domani chissà come vedremo il giorno, come passeremo la notte, a chi faremo affidamento. Fa riaffiorare sentimenti sepolti, in parte fossilizzati, spegnendo desideri e bramosie di vita e di viaggi, spegnendo altresì gli amori nascenti e i rapporti affermati, accumulando buio alla porta e rancore contro un destinatario assente all’indirizzo indicato. Non si può andare al di là dell’incertezza, bisogna rimanere al di qua, dargli corda e aspettare che passi, stando al riparo del vento e della brutta stagione che porta con sé angine e collassi impietosi, rarefacendo le abbuffate, essendo oramai queste più d’appetito satollo che non di grassi impinguanti alimenti. 

Anche se spesso la mia mente è stata aggredita dalle emozioni più che dalla meraviglia della ragione, dall’impulso di vita o anche di morte, e se sono stato più un contemplatore che un lottatore, alla fin fine credo di aver raggiunto un compromesso quasi equilibrato trasformandomi in un lottemplatore convinto. Sono spesso sceso in fondo ad uno di quegli innumerevoli “me stessi”, regioni alquanto inesplorate, per porvi rimedio, per cercare di non morire del tutto idiota, ma non vi ho trovato nulla più di un’afflizione mediata da qualche sottile ipocrita ragionamento. Pervaso dalla paura di non riuscire nell’intento, acquisii la certezza che l’imponderabile vi abitava dalla notte dei tempi e mi rassegnai a questo astruso gioco che, come la ricerca di una nobiltà d’intenti miranti verso l’eccelso, rimane purtroppo occasionale e passeggero.

E comunque, ripeto: lungi da me l’idea che l’arte sia morta o addirittura che avessi l’intenzione di ucciderla. Ma un artista, specialmente oggi, ha il diritto se non il dovere di tirar fuori tutte le armi a sua disposizione per combattere la propria guerra. Discutere non è provare e provare non è fare e fare non è sconvolgere ma rinnovare l’inesistente. E Giuseppe Chiari ha più lavorato di derisione che di "attentatore" all’arte e al suo senso. Tra l’altro, il suo “slogan”, come tutte le cose recuperata dell’arte e dall’arte si vende bene. Ed io mai mi fermerei, o anche solo soffermerei, in maniera così epidermica e superficiale a decretare la “morte dell’arte” senza averla prima almeno incensata o averne fatto celebrare una “messa” in memoriam. Ma trovo quella sentenza lapidaria alquanto riuscita, nel senso dell’arte, come nel suo nonsenso, che racchiude sempre qualcosa di tragico e quindi di lodevole.

Rileggendo recentemente Platone con un orecchio meno distratto di quando ero giovane vi ho trovato un concetto del filosofo ripreso, se si può dire, da Joseph Kosuth. La sedia, la foto della sedia e la definizione del dizionario della parola stessa. Questo, nel 1965. Ok. Ma è del tutto passato sotto silenzio che qualcosa di simile lo aveva fatto 2 o 3 anni prima Eugenio Miccini e la cosa era passata sotto silenzio. Perché? Perché non era americano? Forse. Ecco che allora si può dire che una parte dell’arte potrebbe essere non avvenuta e l’altra pilotata e che la manipolazione può venire dall’alto. 

Se la natura è Dio, l’artista applica solo la mimesi anche nel mondo dell’arte contemporanea e non solo di quello descritto da Platone, appunto, nel X libro de La Repubblica. Oggi l’artista è e rimane un imitatore passivo o un vero fabbricatore attivo, grand faiseur di nuovi mondi? Il nuovo letto pensato da costui ha cambiato sembiante o rimane solo un prodotto come quello dell’artigiano antico e moderno? Il letto serve a qualcosa in più, oggi, o ha la stessa sola funzione antica del servire di giaciglio e far dormire in maniera più riposante che se si dovesse dormire per terra? O l’ultimo vero creatore del letto, in ultima analisi rimane ancora il divino? E il falegname solo un esecutore, e il pittore solo un imitatore, come diceva Platone per voce di Socrate? E, di (sopracciò), l’opera di Joseph Kosuth non sarebbe che la risultante dell’imitazione dell’imitazione, oltretutto di un pensiero antico. Niente di male in tutto ciò. 

Di certo, l’arte come tutte le cose non muore, si trasforma, muta. Come diceva lo stesso Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma si trasforma.” L’arte di oggi si è allontanata in parte dall’imitazione della natura; è diventata più chimica e pure “alchimica”. La preparazione del colore era chimica, la sostanza del colore è alchimia, anchimia creatrice. Poi, andando di contaminazione in contaminazione si è arrivati a quell’arte totale che, a parer mio, può sembrare un assemblaggio unico. Quindi, niente di nuovo sotto il sole? No, certo, c’è sempre qualcosa che si muove, che “repta” tra le sterpaglie e le foglie morte, sotto il sole canicolare di luglio o quello algido di gennaio, perché noi ce n’andremo ma altri verranno. La domanda che ci si potrebbe porre è: saranno migliori o peggiori? Io propenderei per la seconda possibilità. Ad essere pessimisti ci si avvicina sempre molto di più alla verità, è più facile azzeccarci. Tanto ci saranno sempre degli spettatori visitatori indignati anche dalla seppur minima gesticolazione visiva o sonora per la mia o l’altrui mostra, e non mancheranno gl’indegni ai quali potrebbe andare la mia venerazione perché solo osservando loro da più vicino posso trarre l’orgoglioso vantaggio della mia diversità e (profondo confronto). L’arte non è sempre per i cultori del nuovo fraseggio e della trasgressione istituzionalizzata, ma appunto per gli spregiatori e detrattori de tout bord, si chiamino essi indignati, offesi o oltraggiati da quel che non convince loro, figli di un credo ristretto o di uno zelo vociferante verso la tradizione e l’assodato. (Da quel che ne so sono entrambi validi.) Come diceva il vecchio Voltaire: “Tutto ciò che è inutile è necessario.” Ma Voltaire era Voltaire e forse anche lui avrebbe potuto dichiarare, con maggior sottigliezza, che sarebbe stato bello “uccidere il chiaro di luna”, ma di certo non avrebbe, se fosse stato italiano, dichiarato che bisognava assolutamente “abolire la pastasciutta” perché rincoglioniva la gente. E penso, se ricordo bene e se non ho travisato un tuo scritto, che su certi punti non eri d’accordo sul futurismo, o sui futuristi, su certe dichiarazioni e su certe prese di posizione. A costoro, essendo partiti in guerra, certuni danno atto di aver mostrato almeno di avere des couilles, mentre altri, che avevano fatto dell’ironia, dell’umorismo, dell’autoderisione, il loro motto e il loro modo di creare, nello stesso periodo, al contrario dei futuristi avevano scelto Paesi neutrali, chi a Zurigo, chi negli USA e chi altrove. 

Certo, ci si può interrogare su quello che si fa, perché anche la scrittura automatica e inconscia ha, prima, avuto bisogno di un apprendimento della scrittura stessa, quella di base, prima che diventasse automatica. Ce ne sono che si nascondono dietro un movimento, nella fattispecie quella del surrealismo, per trattare tanti grandi artisti-autori, come subalterni aderenti al movimento stesso a loro insaputa, tipo: Swift è surrealista nella cattiveria, Sade è surrealista nel sadismo, Baudelaire è surrealista nella morale, Hugo è surrealista quando non è stupido… A Breton basta dichiararsi rivoluzionario perché la rivoluzione “sia”, minacciandone addirittura la società. Al suo sesto “emendamento” della dichiarazione del 1925 lancia, nei confronti della società, questo solenne avvertimento: Faccia attenzione ai suoi errori; a ogni passo falso del suo spirito noi non sbaglieremo mira… Poi, però, questo stesso custode di una morale intransigente nei confronti dell’arte letteraria e dell’arte tout cour faceva sfrontatamente man bassa, in una chiesa di Cholula, vicino a Puebla, in Messico, riempiendosene le tasche, degli ex-voto di povera, disgraziata gente che aveva ringraziato un dio selvaggio per la grazia ricevuta di essere stati risparmiati o salvati da una sciagura. Non era solo per anticlericalismo, questo poteva benissimo trovare altre espressioni, ma per vandalismo, irrispetto totale e cleptomania. Trotskij, vero anticlericale, trovandosi con lui in quel momento nel tempio era rimasto allibito, e se ne era uscito da questo con una rabbia tale che aveva avuto grandi difficoltà a contenere.

A me sta bene che un artista sia (persuasibile) affinché possa trasformare messaggi sociali, politici, filosofici, meteorologici in opere nuove come fosse diventato lui un portabandiera di questi nuovi codici, ma mi sta meno bene quando ne vedo che sono manipolati e manipolabili a diletto come i bambini curiosi di scoprire nuovi bonbon che però di dolce hanno ben poco (e per dolce non intendo il “bello”), ma solo perché la moda vuole che vada l’amaro, e più s’avvicina al sapore del tossico e più sono acclamati. E qui, entro questi confini, si possono situare certi adepti della (standardizzazione della trasgressione artistica). Il vecchio, in questo caso, col tempo acquisisce qualcosa di armonioso e sensuale, quel che suol dirsi “assodato”, che il nuovo non possiede, e che intorno vi si crea il culto dell’armonia che raggiungerà il nuovo qualche decennio dopo, per effetto di décalage, del mangiare prima e del digerire qualche tempo dopo, una due generazioni dopo.

A sentire e vedere certe dichiarazioni e azioni “trasgressive” di qualche artista o capobanda, o caporione, sembra si sia sempre alla vigilia dell’apocalisse, sembra sempre che la terra ci stia franando da sotto i piedi facendoci rovinare in un cataclisma di dimensioni bibliche. Forse erano questi dei sensitivi e avevano letto da qualche parte del loro inconscio che, a breve si sarebbero avverati quei presagi sinistri che presentivano da tempo, e allora forse la pandemia del covid è arrivata a puntino per dar loro ragione e confortarli in questo loro anticipare le avversità. 

Un esempio di questa trasgressione su penna ma non nei fatti mi capitò di osservarla in casa mia nel 2009, la sera del mio compleanno. Avevo invitato una trentina di amici a casa. C’erano svariate categorie di persone; a me è sempre piaciuto circondarmi dell’umano in senso lato, e nella sua interezza, e non solo di sottili specialisti, artisti, o dotti di ogni genere e natura, perché il mondo i più lo capiscono, e quando non lo capiscono lo intuiscono, (pena) la sopraffazione, e in pochi hanno interesse a farsi sopraffare. Tra gli invitati vi erano diversi intellettuali dalla specializzazione a tutto tondo, artisti, e amici “comuni”, senza talenti particolari, appunto. Vi erano inoltre due artisti abbastanza conosciuti, di cui non voglio svelare il nome, per rispetto all’amicizia che porto loro e per un semplice rispetto tout court. Guarda caso, era il periodo in cui si parlava dell’epidemia virale H1N1 suina e il ministro della sanità francese aveva già ordinato il vaccino per tutta la popolazione francese. In certe persone si sentiva, anche all’epoca, il panico da paura di contagio. E da me chi erano i più panicati da questa paura da contagio? Questi due. Un’amica diceva che si sentiva un po’ raffreddata e al primo starnuto provocò un attacco di evidente panico in questi due che obbligarono i relativi partner ad allontanarsi dal potenziale untore, andando a sedersi dalla parte opposta del soggiorno. Bon, il mio soggiorno non è una sala da concerto e non si erano potuti allontanare così tanto dalla potenziale (contaminatrice) in questione. Tennero ancora una mezz’ora, quaranta minuti, e poi si congedarono, filant à l’anglaise, come si suol dire. Costoro erano artisti dalla sperimentazione estrema, e lo sono tuttora. Fino a quel momento avevo sempre pensato che, con questa mentalità, in caso di pericolo, ogni sorta di pericolo, imminente o più lontano nel tempo, si sarebbero comunque buttati nella mischia o sulle barricate, o a farsi immolare per un ideale superiore, e sarebbero stati i primi a cadere volentieri sotto le pallottole reali o i colpi più perversi e sleali del destino; invece no, erano quelli che esprimevano baldanza e ardimento, con un fondo di risolutezza, sulla scena, e strizza sostenuta da chiaro sgomento nella vita di tutti i giorni. Des vraies couilles molles, come dicono i francesi. E, anzi, aspiravano con grande anelito a una specie di vita eterna, o qualcosa che potesse somigliare all’immortalità. A più riprese lo avevano proclamato e scritto. Ne posseggo ancora una copia da qualche parte di questa sorta di dichiarazione. Io, con l’aldilà ho poca dimestichezza, ne ho già poca, di (dimestichezza, con quella dell’aldiquà), e i giorni che mi saranno impartiti li accetterò con assoluta rassegnazione. Tanto, soluzioni diverse, a parte rabbia e cattivo sangue, o quel sound and fury signifying nothing shakespeariano ne vedo poche. Perché andare a scomodare altre incognite, altri irrisolvibili arcani? La vita non è già di per sé alquanto piena di luminose oscurità?   

L’arte basta dichiararla, e quindi lo sarà. In gioventù scrivevo, avrò avuto sì e no ventitre anni: Un poeta, penso di esserlo, quindi lo sono. Ecco una dichiarazione artistica inappellabile e mai rinnegata. Oggi, se fossi un fan dei socials potrei dichiarare: Odio, quindi sono, e in inglese, che oramai tutto passa meglio se espresso nella lingua di Shakespeare, acquisisce subito una connotazione internazionale e più fortemente suasiva, sarebbe: I hate, therefore I am. Da lì, in parte, da quel autoconvincimento è iniziata la mia iniziazione, se così posso dire, benché qualche tempo dopo, non ancora trentenne, aggiungessi a quella mezza certezza sofistico-speculativa: Ho fatto un solo errore nella mia vita, ho sbagliato tutto… che mi fece sbandare per qualche tempo. Eppure fiero di questa miserevole constatazione della “sconfitta permanente”, per opposizione a un certo impegno in “lotta continua” sono andato avanti con poche spinte e rari riconoscimenti, in questo fare il non mestiere dell’artista, che penso siano la prerogativa, che ai più parrà cagionevole, dei più schietti anarchici che dei veri, aureolati artisti. E penso che un artista o è anarchico o non è. E in questo je pérsiste et signe sans aucun regret. Ed è per questa ragione che, dichiarandomi un inguaribile granitico “irregolare”, posso permettermi di dichiarare il falso o un simil-vero davanti a un consesso di alti commissari che han stabilito per me quello che è giusto che dica ai sensi dell’arte e soprattutto ciò che dovrei essere obbligato (a) tacere per non perturbare il gioioso caracollare del vento tra gli oscuri pini della storia dell’arte, delle lettere o della musica. 

L’arte e l’anarchia sono strettamente legate, una certa arte e una certa anarchia lo sono ancora di più. Ma l’arte, in senso lato, non può nemmeno risolversi in un surrogato religioso in cui l’artista si trasforma in profeta, lo specialista in sacerdote-tramite, e lo spettatore in fedele credente, fruitore passivo fino all’esasperazione, al di là "dell’urinoir", della "merda d’artista" o della congrega dei banchieri che comprano senza guardare il fatto artistico del giorno. Il bello che non è più bello, s’allontana dal mi piace non mi piace; mi sta sul cavolo o non è male, non afferro o sanziono… 

Il bello, certo, vuoi convincere i tuoi amici della rivista Saper vedere che “il bello” è un concetto anacronistico. Ma non dimenticare che un bel nudo di una bella e giovane ventenne rimane sempre un bel nudo e tutt’altro che anacronistico. Ma se si facesse un confronto con una certa “sociologia animale” allora in quel caso il bello di un bel sedere femminile, dipinto o reale, viene a scadere indipendentemente dal concetto artistico moderno. Cosa diceva Voltaire nel suo dizionario filosofico a proposito del bello e del brutto? Prendete un rospo, per esempio, chi per lui rappresenta meglio la bellezza se non la sua dolce rospa coi suoi grossi e tondi occhi che escono dalla sua piccola testa?...:

 

« Demandez à un crapaud ce que c'est que la Beauté, le grand beau, le to kalon1 ! Il vous répondra que c'est sa femelle avec deux gros yeux ronds sortant de sa petite tête, une gueule large et plate, un ventre jaune, un dos brun. »

E sviluppò ancora il concetto in senso estetico, e non di estetica: 

« Interrogez un nègre de Guinée ; le beau est pour lui une peau noire, huileuse, des yeux enfoncés, un nez épaté. Interrogez le diable ; il vous dira que le beau est une paire de cornes, quatre griffes, et une queue. Consultez enfin les philosophes, ils vous répondront par du galimatias2 ; il leur faut quelque chose de conforme à l'archétype du beau en essence3, au to kalon. »

E proseguì estendendone il senso:
« J'assistais un jour à une tragédie auprès d'un philosophe. « Que cela est beau ! disait-il. — Que trouvez-vous là de beau ? lui dis-je. — C'est, dit-il, que l'auteur a atteint son but ». Le lendemain il prit une médecine qui lui fit du bien. « Elle a atteint son but, lui dis-je ; voilà une belle médecine » ! Il comprit qu'on ne peut dire qu'une médecine est belle, et que pour donner à quelque chose le nom de beauté, il faut qu'elle vous cause de l'admiration et du plaisir. Il convint que cette tragédie lui avait inspiré ces deux sentiments, et que c'était là le to kalon, le beau. Nous fîmes un voyage en Angleterre : on y joua la même pièce parfaitement traduite ; elle fit bâiller tous les spectateurs. « Oh ! oh, dit-il, le to kalon n'est pas le même pour les Anglais et pour les Français. » Il conclut, après bien des réflexions, que le beau est très relatif, comme ce qui est décent au Japon est indécent à Rome, et ce qui est de mode à Paris ne l'est pas à Pékin ; et il s'épargna la peine de composer un long traité sur le beau. »

E il rospo se ne sbatte altamente del bel sedere o delle prosperose tette della più bella delle figliole. Anzi, deve di certo trovarle brutte, laide e non avvenute…

Ad esempio, dicevo con degli amici artisti (qualcuno di questi ha fatto recentemente non un atto di fede delle proprie opere, ma un vero e proprio autodafé di quelle invendute), che oggi l’artista, più di altre epoche, è raramente padrone del suo destino. Abbiamo, sì, qualche opera in qualche museo, qualche collezionista milionario, più o meno generoso e entusiasta di acquisire i nostri lavori, e di creare delle Fondazioni, ma il problema, in certe situazioni, rimane quello che vigeva all’epoca dei papi e dei principi, con qualche variante dovuta al cambio della percezione e fruizione dell’arte di oggidì. Oggi i papi e i principi sono stati sostituiti dai miliardari, certuni più equivoci e controversi dei papi e principi stessi. E i bravi collezionisti milionari non fanno (più il peso) nei confronti di questi stramaledetti ricchi. Sono loro che muovono e le pedine e gli alfieri e i re e le regine negli scacchieri dei mondi museali. Essendo certuni più stravaganti degli stessi artisti che collezionano, ne muovono abilmente (a) comando, gambe, braccia e soprattutto mente. E questi poveracci di artisti si impiccano, si arpionano, si buttano nel vuoto, si battono con il cilicio in petto pur di lasciare una traccia “emoglobinica" scorrere giù lungo il corso del loro corpo flagellato… della storia dell’arte futura. Cosa costa loro spendere qualche decina di milioni di euro in un’opera d’arte contemporanea o in una Ferrari d’epoca? Niente, appunto. Quando hai cinquanta o cento miliardi di dollari da parte, ciò non costa assolutamente niente. E fanno la pluie et le beau temps, il bello e il cattivo tempo, senza sforzo alcuno. Per centomila o un milioncino non si (sprecano sporcano) nemmeno. Mentre la vita (grama) dell’artista che si deve fare da solo, mettendo insieme la propria dura creatività con la propria perfetta miseria, è visibile ai più, soprattutto all’artista stesso, malgrado il mazzo mentale che si deve fare, non va al di là (di una scopata con la modella che ha preso in simpatia) malgrado non abbia mai fatto della (figurazione); solo una scusa per infinocchiare o tradire, con un atto superiore, l’ignara moglie.

Lo so che, a seconda delle epoche, e senza necessariamente entrare in un museo, sotto una certa stagione, in una foresta ci si poteva imbattere in un bel Corot; con un’abbacinante luce in un vorticoso Turner, con un tempo pessimo in uno sconfortato Manet, o con una forte miopia e senza occhiali in uno sfocato Kandinsky, uno sfinito Rothko, o in un poetico afflitto Nicolas de Staël. Per non parlare di certi monocromi ferruginosi di altri artisti imprestati al paesaggio namibico o quelli molto più riarsi, per causa di immensa arsura (12 milioni e passa di anni che non vi piove), del deserto dell’Atacama. 

Ovviamente, fare, fare, fare è meglio dello spiegare, spiegare, spiegare, o quello che rimane in questo caso è solo un’immensa, senza senso e inutile chiosa. E purtroppo, come vedi, sto derogando a questa mia stessa risoluzione. Spiegare il concetto del concetto del concetto, perché è inutile nasconderselo, in tante situazioni oggi è così, potrebbe risultare tedioso o, parlando sempre a proposito della rappresentazione dell’arte interiorizzata e esplicativa, come diceva il mio amico Emmett Williams: “La didattica serve alla poesia quanto l’ornitologia serve agli uccelli”.

Un abbraccio a te e a Patrizia,

Claudio

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21 aprile 2022

Caro Giorgio,

come va? Tutto bene?

Eccoti un articolo su un artista "classico" in cui si rimette in questione, attraverso una speculazione miope e grossolana e troppo orientata ideologicamente, non solo l'opera d'arte, ma l'intento stesso dell'artista... e di tanti altri artisti... [La tela “Un bar aux Folies Bergères” di Manet accusata di essere maschilista per lo sguardo di un cliente del bar sulla destra il cui sguardo darebbe fastidio alla cameriera in primo piano.]

O, non ne risparmiano uno! Come ti scrivevo l'anno scorso, quest'ondata modaiola "woke", "cancel culture"...  sta facendo "des vagues", se mi è concesso il gioco di parole, sempre più alte. Altro che "L'arte è morta, smettiamo tutti insieme!"

Un abbraccio a te e a Patrizia,

Claudio

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23 aprile 2022

Caro Claudio,

tiro avanti faticosamente per l'età che avanza, ma non mi posso lamentare, almeno non ho preso il Covid. Della stupida critica londinese del dipinto ne avevo letto sulla stampa italiana e l'avevo trovata una grande scemenza, soprattutto fuori luogo e fuori tempo. Hai ragione, si sono smarriti i corretti concetti e pertanto si fanno letture incongruenze come quella che giustamente stigmatizzi.

E tu come stai? Spero bene. Noi siamo molto preoccupati per quello che sta facendo quel mascalzone di Putin e non facciamo che aspettare che torni la pace. Per di più la nostra colf è ucraina ed ha i genitori in Ucraina.

Un caro saluto anche da Patrizia, 

Gi5

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19 ottobre 2022

Caro Giorgio, 

ho saputo da Patrizia dei tuoi problemi di questi ultimi mesi, ma anche che ti stai rimettendo... e ciò mi fa molto piacere. Ti faccio tanti auguri. Un caro abbraccio,

Claudio

Caro Claudio,

veramente ieri ho avuto 3 interventi (spalla sinistra, schiena e ascella) e oggi mi sento così: aio, aio, so tutto un tajo!

Giorgio

Oh, anche quelli... Ma vedo che il senso dell’umorismo è rimasto intatto, è buon segno. Un abbraccio e... bon courage,

Claudio

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29 novembre 2022

Caro Giorgio,

come va? Ti stai rimettendo dai tuoi problemi? Un abbraccio,

Claudio

Caro Claudio,

sono appena rientrato dalla visita del medico che mi ha dato la bella notizia che la radioterapia ha funzionato. Fra 3 mesi faremo altri controlli per stare tranquilli. Grazie dell’interessamento. E per te tutto bene?

Un abbraccio,

Giorgio

Gran bella notizia, sono molto contento per te! Ora un po’ di distensione e di riposo, no?... Qua a Parigi tutto bene. Qualche giorno fa ero in Italia e sono stato lì lì per venire a Roma, ma poi ho deviato verso Nizza, Marsiglia e Aix en Provence, e sono tornato a Parigi...

Un caro abbraccio,

Claudio

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1° dicembre 2022

C’est dommage per tuo dirottamento. Io e Patrizia ti avremmo rivisto con piacere, ora che il tuo quadro è tornato al suo posto da dove era stato spostato per proteggerlo dalla polvere dei lavori in corso durati fino a qualche giorno fa. Sarà per la prossima volta.

Cari saluti anche da Patrizia,

Giorgio

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6 gennaio 2023

Bonne Année, caro Giorgio!!

Claudio

Contraccambio con auguroni per un 2023 di successi e soddisfazioni, caro amico,

Giorgio

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26 maggio 2023

Caro Giorgio,

come va da te? Da voi? Tutto bene, spero...

Un abbraccio,

Claudio

Purtroppo no. Qui la destra postfascista imperversa ed io devo fare altre 5 sedute di radioterapia. Ma cerco di andare avanti. Nelle vacanze leggerò il tuo libro. Poi ti farò sapere.

Un abbraccio anche da Patrizia,

Giorgio

Oh, mi dispiace! Dai che ce la facciamo... Sarà forse più difficile combattere contro questi pazzi della politica. Courage! 

Un abbraccio,

Claudio

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26 luglio 2023

ADDII. Lo storico dell’arte, Giorgio Di Genova, è morto ieri a Roma all’età di 89 anni. La sua “Storia dell’Arte Italiana del ’900”, divisa per generazioni, è storia dei movimenti, gruppi artistici, rapporti tra produzione artistica e istituzioni pubbliche e private. 

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